mercoledì 29 gennaio 2014
OSSERVO, DUNQUE SONO
Mi sono appena fagocitata una fetta di Sacher seguita da una frittella con ripieno al cioccolato, quando, immersa nella libidine, ho pensato al Principio Antropico. Alle solite: quasi impossibile gustarmi qualcosa senza pagare dazio mentale.
E potrei proprio smetterla, in verità è solo questione di logica, meno scontata di quel che si pensi.
Principio Antropico: in soldoni, tutte le osservazioni scientifiche sono soggette ai vincoli dovuti alla nostra esistenza di osservatori.
Mi fa molto ridere osservare la gran corsa alla lussuria e le relative guerre che si innescano per essa. C'è chi si devasta di droghe, di alcol, di cibo o di sesso, nella convinzione di provare il brivido dell'eccesso trasgressivo o addirittura del proibito e di esserne il libero promotore. C'è tutta una filosofia sul beneficio dell'attività sessuale fatta come si deve per tot volte la settimana, oppure al contrario, sulla soppressione intenzionale della goduria gastronomica con regole restrittive di tipo macrobiotico, vegano ecc. ecc. che ricondurrebbero al benessere naturale. Come se canna da zucchero, panna e cacao e bistecche arrivassero da un universo parallelo tentatore e insano. Ma di per se' l'universo è tossico... Da-Daaan, notiziona!
Ogni spinta compulsiva utilizza le stesse vie neuronali: innamoramento o cibo, sesso o alcol, nicotina o cannabis, eroina o gioco d'azzardo, parlano tutti lo stesso linguaggio. La dipendenza è la normale conseguenza alla gratificazione.
Ma va?! La cosa ridicola è che tutto ciò non si spiega, per ora, salvo con la necessità universale di far funzionare ogni cosa per lo stesso verso. Meccanico. Prestabilito.
E dov'è il libero arbitrio di cui si favoleggia? Posso forse decidere di partorire a tredici mesi perché l'architetto non ha trovato quella tonalità di azzurro per le pareti? Per il momento no, siamo ancora a livello catena di montaggio.
Desiderio, soddisfazione, astinenza, ricaduta. Funziona tutto così, inutile girarci intorno. L'unica cosa è la consapevolezza: non ci sono comportamenti "giusti" o "sbagliati" in natura. Ovvero, lo sono per la società moderna, per la "civile" convivenza, ma poi basta un nulla e tutto è soverchiato... da un femminicidio per un amore non corrisposto, o da un abuso di zuccheri che fa alzare la glicemia e ci resti secco.
Beh, in qualità di osservatore e in nome del Principio Antropico, prima che qualche altra corrente provveda a inficiare questa teoria, mi faccio osservatrice di un'altra fetta di Sacher e confido molto nella futura potenzialità auto-curativa del cervello.
Ohmmmmm...
giovedì 23 gennaio 2014
CASE HISTORY
Questa del fabbisogno monetario dev'essere proprio una bufala. Domani verifico: porto a cena tutta la famiglia al ristorante, naturalmente cerco il migliore perché ci tengo a far bella figura, poi avviso la cassiera che per il saldo ci sentiremo più avanti.
Ma le dico anche di non preoccuparsi, perché se tutti i miei parenti avranno apprezzato il loro servizio, nell'eventualità io decidessi di proseguire il rapporto con questo locale, potrò senz'altro includere anche la cena nella mia lista dei pagamenti on/banking: Riba 120gg/fine mese.
{CASE HISTORY ONE}
♪ ♫ ♪ ♫
«Buongiorno, sono la grafica che sta realizzando la vostra brochure per la fiera internazionale XY, gentilmente avrei bisogno di parlare con il signor ****, è possibile? »
- Mi spiace, il signor **** non lavora più per noi.
«Oh... davvero? Che strano, non mi ha detto niente. Comunque stavo aspettando l'ok per la stampa, è già stato tutto confermato e approvato nell'ultimo incontro, mancherebbe solo una firma per accettazione email. Gentilmente mi potrebbe passare un responsabile Mktg?»
- No. Al momento è in riunione.
«Allora richiamo più tardi, chi devo chiedere?»
- La farò chiamare io, quando sarà possibile.
«Veramente è urgente: la fiera è tra quattro giorni e poi ci sarebbe anche da considerare un ritardo sul pagamento precedente».
- Beh, fatturi direttamente al signor **** .
«Ma se mi ha appena detto che non lavora più per voi?»
- Embè? È lui che ha seguito il lavoro, no?
«Sì, ma per conto della vostra Ditta! Era il vostro Sales Manager!»
- Macché. Un collaboratore esterno.
«Come scusi? Abbiamo avuto vari meeting lì nella vostra sede, lei era presente: la brochure porta l'intestazione aziendale "xxxx" è un onere vostro, e poi, secondo le normative... »
- Mi sta forse minacciando? Senta, io non mi ricordo proprio niente, e poi la ditta "xxxx" non esiste più, ha chiuso per fallimento proprio una settimana fa. Si arrangi col signor ****.
{CASE HISTORY TWO}
♪ ♫ ♪ ♫
- Pronto? Ciao Laura, sono il dottor ****, come va?
«Grazie, molto bene, con il vostro lavoro è tutto a posto. Siamo pronti per la stampa del pieghevole».
- Proprio di questo volevo parlarti.
«Perché, ci sono ancora modifiche? Avevate detto che andava bene così».
- Si, no... va tutto molto bene, però l'immagine di copertina la cambierei...
«Ora che l'abbiamo già acquistata? Eravate entusiasti, come mai questa incertezza?».
- Sì sì, ma sai stanotte la fisioterapista ha pensato a un'altra cosa...
«Proprio adesso?»
- Mmmm, sai le donne... e poi mi chiedevo... ma il preventivo di stampa, non è un po' caro?
«Non mi pare proprio. L'avevate già approvato, no?»
- Mah, guarda... abbiamo scoperto una stamperia qui vicino che ci fa molto meglio... anzi, addirittura come "primo lavoro" fa il progetto e la stampa gratis. È un'occasione, no?! Cosa dici, ti dispiacerebbe lasciar perdere tutto...? Non hai mica perso molto tempo, vero?
martedì 21 gennaio 2014
MOLLA TUTTO E VAI
C'è uno stallo, un tempo morto che porta alla realizzazione di un progetto. Io me lo vedo come una molla del vecchio letto di mia nonna, ci ho perfino fatto la tesina della maturità sulla molla del letto di mia nonna, ed è venuta pure bene, con applauso finale.
Non vi dico la gestazione dell'opera quanto mi è costata.
In fogli 50x70 e 29,7x42 e 21x29,7 che ho tracciato, abbozzato, ritagliato, scocciato (di scotch) e stracciato, prima che scattasse la scintilla. E la scintilla - pensateci! - era la molla del letto di mia nonna.
Giorni di sconforto, frustrazione, illuminazione e di "ma che sto 'a fà sta cazzata". Poi però la genialata arriva, si srotola come un tappeto persiano e tutto torna, si apre lo stargate verso chissadove e ti senti un dio. Funziona così. La creazione non è mai del tutto nostra, c'è il contributo di qualcosa di più potente, un coordinatore assoluto, quello che quando nasci ti affida un compito che è solo tuo.
Me lo immagino come un gigantesco Masterchef: a te affida la farina e il burro, a un altro il latte e le uova, ma non ti dice cosa devi fare. Ed è inutile che ti affanni a realizzare un pollo arrosto o una crème brûlée se il tuo compito è la crostata, devi capirlo da solo, e forse ci vorrà molto tempo. Ma la tua crostata sarà spettacolare, quanto superlativa sarà la crème brûlée del tuo vicino. Basta saper ascoltare e mettercela tutta.
A questo Masterchef non ho dato un nome o una religione, non ha rappresentanti ne' gerarchie ne' confini ma sta certamente in ogni sostanza, compresa la nostra, che siamo dentro al mixer di terra vento acqua che ci rigenera continuamente in ogni forma.
Vi auguro di corrispondere a voi stessi.
Se crederete a voi stessi avrete il coraggio di cambiare, accettare e superare ogni limite. Non è necessario correre come Carl Lewis e vincere medaglie, il limite si supera dentro, anche da fermi.
Il limite è quel circuito di molla da percorrere in tondo per un po' prima di accedere al livello superiore. Ti sembra di girare a vuoto e non andare da nessuna parte, in verità stai prendendo tutta la carica per fare il salto che ti porta un po' più su.
mercoledì 15 gennaio 2014
3000 ANNI E NON SENTIRLI...
Se fossi una quercia Jurupa avrei la bellezza di 13 mila anni, potrei raccontarvi tutti i segreti del mondo dall'ultima era glaciale in qua.
Invece ne ho molti di meno, ma è dai rivoluzionari anni '70 che indosso le sneakers/basket e i cargo/pants. Potrebbe sembrare, ma non è una novità trendy. Di questi tempi avere il metabolismo perfetto è pericoloso: è un'arma a doppio taglio se a 50 mantieni la stessa taglia che avevi a 20.
Un esempio? Caso strano, sto aspettando il Bus delle 17.
Non lo prendo mai, se mi muovo in città vado a piedi e corro dietro alle mie farfalle mentali. Presa dal libro che ho in mano, allungo le gambe e batto il tempo sulle note di un ritmo che arriva da chissà dove, forse è lo smart di qualcuno, qua intorno.
Neppure mi accorgo del pischello che fa avanti-indietro da un po'. Mi viene più vicino, poi mi fissa, si gira sorpreso verso il gruppo di amici suoi ed esclama: "Ah, no, è una donna in menopausa!"
Come?
Sono un po' tarda. Non realizzo immediatamente.
Poi invece capisco. Sì, ora mi viene in mente una recente statistica inglese: dice che dopo i 50 sono fuori luogo i capelli lunghi, i tacchi alti, le gonne sopra il ginocchio, il bikini e una decina di altri comportamenti convenzionali.
Uhmm... probabilmente anche le mie affezionate scarpe da basket, e i cargo color militare.
Da domani scarpa ortopedica e calza 90 DEN?
Pensa un po', proprio oggi che avevo in mente di seguire un Tutorial iPhoneDeveloper per aggiornare le mie competenze professionali...
No no no, assolutamente fuori luogo. Meglio optare per il circolo di tricot del comitato parrocchiale, o se proprio volessi esagerare ho visto una locandina che segnala una conferenza su "PANCAFIT per la circolazione venosa e linfatica", mi pare sia alle 17.30 alla sede Universitaria della Terza Età...
Sempre se faccio in tempo, perché sai, l'artrosi...
martedì 7 gennaio 2014
ANNO NUOVO, VITA NUOVA...
Appartengo alla categoria dei creativi capricciosi, sempre in cerca di ispirazione e nuovi stimoli appaganti. Prima di approdare a qualche progetto maggiormente definito però, è sempre inevitabile una piccola rivoluzione. Quale evoluzione subirà questo blog ancora non so, comunque i lavori sono in corso.
A tutti: un proficuo 2014!
A tutti: un proficuo 2014!
lunedì 2 dicembre 2013
JE T'AIME MOI NON PLUS
Che bello quando si parla di rappresentare il nuovo che avanza! Poi però appare allo schermo Gianni Cuperlo e mi affiora subito una patologia geriatrica. Per carità, niente da dire sulla persona: elegante, intelligente, modello tradizionale di leadership PD perfetto per muoversi tra gli organismi interni. Ma spento.
Dopo il confronto con Renzi e Civati si è anche un po' lamentato delle scomodità, perché il "trespolo" sul quale li avevano appollaiati quelli di "CieloTv" non era confortevole. Chissà perché mi sono venuti in mente alcuni votanti del PD, operai che per recuperare la paga si arrampicano sopra le gru e ci restano per giorni, mesi, di solito in gennaio.
La parlata sembra quella di Bertinotti, edotto e un po' radical-chic con aspirazioni neo-proletarie, l'atteggiamento invece è molto dalemiano. Cuperlo infatti, sembra il depositario dei valori della sinistra vera. Ma non mi fregano, perché la sinistra vera la conosco bene, anzi me la porto dietro sotto forma epigenetica da generazioni. Conosco i suoi pregi e le sue giustificazioni, compresi gli scheletri nell'armadio.
Poi c'è anche la sinistra putativa, quella emergente di Renzi, maremma buhaiola.
Matteo l'ho votato alle scorse primarie, tra i commenti di chi lo definiva un bamboccio ex DC, e chi invece da destra avrebbe trasmigrato volentieri in un PD rappresentato da lui. Questo naturalmente costituiva la prova della sua impurezza. (Che io sappia, solo la sinistra può temere la contaminazione infettiva dei voti provenienti dall'area opposta).
Non è che io sia particolarmente sensibile alle fascinazioni dei leader carismatici e per quel tipo di malìa, bandierine, magliette, colori, téssere e fazioni. Infatti non è l'allure dell'uomo-Renzi che mi ha colpito, ho solo intravisto la possibilità di uscire da questa politica.
Tra un Bersani vaporizzato in corso d'opera che si guardava la punta delle scarpe sostenendo Dobbiamo trovare una soluzione per il lavoro che non c'è, e un Grillo oramai del levitico che urlava ai suoi coetanei Siete vecchi è spuntato questo trentottenne che di mestiere fa il sindaco, a dire: 'Vogliamo cercare il pelo nell'uovo o cominciamo a fare qualcosa adesso?'
Impensabile da mandar giù per la sinistra ideologica, lui con quello stile sfacciatamente americano. Ma per chi si aspettava un passaggio di consegne tra un apparato che parla solo a se stesso e chi pensa invece che le buone idee parlano a tutti, ha rappresentato l'ultima spiaggia. E poi nell'aria risuonava ancora l'anatema lanciato da Moretti a Piazza Navona, nel 2002: "Con questi dirigenti non vinceremo mai".
Chi ha detto che è una cosa semplice? Non è una cosa semplice, il nuovo che entra fa paura, peggio del cavallo di Troia. Non è da tutti scendere a compromessi e perorare cause impopolari e decisive. C'è un alto rischio di sporcarsi.
Non è neppure facile per la sinistra metterla in termini di "felicità" "bellezza" "produttività" (quella è roba di destra, nemica dell'etica). Resta poi il fatto che a sinistra si preferisce perdere; stare all'opposizione è più semplice che scendere a patti col nemico.
In questo modo si brucia la generazione in grado di produrre nuove idee e un linguaggio diverso, l'unica che abbia il coraggio di rischiare. Perdita dei diritti acquisiti, rottamazioni, taglio dei rami secchi? Che sia! L'ideologia dovrebbe allinearsi alla realtà, prevedendo la possibilità di un piano "B" qualora il piano "A" non dovesse funzionare, senza che la negoziazione con le altre forze politiche corrisponda per forza a una svendita dei principî.
Omnia mutantur, chi ha avuto la propria occasione ha fallito, trovino qualcos'altro da fare. C'è bisogno di persone dinamiche sulle quali investire, meglio ancora se donne, (certe donne di casa tipo mia nonna, che con un semplice pugno di farina trovava il modo di venir fuori da ogni guazzabuglio economico-amministrativo). Ma soprattutto sarebbe utile un turn over costante alle camere e al governo: la politica non è un mestiere a tempo indeterminato.
Altri miei post sul tema:
PD in cenere per AUTOCOMBUSTIONE.
Dopo il confronto con Renzi e Civati si è anche un po' lamentato delle scomodità, perché il "trespolo" sul quale li avevano appollaiati quelli di "CieloTv" non era confortevole. Chissà perché mi sono venuti in mente alcuni votanti del PD, operai che per recuperare la paga si arrampicano sopra le gru e ci restano per giorni, mesi, di solito in gennaio.
La parlata sembra quella di Bertinotti, edotto e un po' radical-chic con aspirazioni neo-proletarie, l'atteggiamento invece è molto dalemiano. Cuperlo infatti, sembra il depositario dei valori della sinistra vera. Ma non mi fregano, perché la sinistra vera la conosco bene, anzi me la porto dietro sotto forma epigenetica da generazioni. Conosco i suoi pregi e le sue giustificazioni, compresi gli scheletri nell'armadio.
Poi c'è anche la sinistra putativa, quella emergente di Renzi, maremma buhaiola.
Matteo l'ho votato alle scorse primarie, tra i commenti di chi lo definiva un bamboccio ex DC, e chi invece da destra avrebbe trasmigrato volentieri in un PD rappresentato da lui. Questo naturalmente costituiva la prova della sua impurezza. (Che io sappia, solo la sinistra può temere la contaminazione infettiva dei voti provenienti dall'area opposta).
Non è che io sia particolarmente sensibile alle fascinazioni dei leader carismatici e per quel tipo di malìa, bandierine, magliette, colori, téssere e fazioni. Infatti non è l'allure dell'uomo-Renzi che mi ha colpito, ho solo intravisto la possibilità di uscire da questa politica.
Tra un Bersani vaporizzato in corso d'opera che si guardava la punta delle scarpe sostenendo Dobbiamo trovare una soluzione per il lavoro che non c'è, e un Grillo oramai del levitico che urlava ai suoi coetanei Siete vecchi è spuntato questo trentottenne che di mestiere fa il sindaco, a dire: 'Vogliamo cercare il pelo nell'uovo o cominciamo a fare qualcosa adesso?'
Impensabile da mandar giù per la sinistra ideologica, lui con quello stile sfacciatamente americano. Ma per chi si aspettava un passaggio di consegne tra un apparato che parla solo a se stesso e chi pensa invece che le buone idee parlano a tutti, ha rappresentato l'ultima spiaggia. E poi nell'aria risuonava ancora l'anatema lanciato da Moretti a Piazza Navona, nel 2002: "Con questi dirigenti non vinceremo mai".
Chi ha detto che è una cosa semplice? Non è una cosa semplice, il nuovo che entra fa paura, peggio del cavallo di Troia. Non è da tutti scendere a compromessi e perorare cause impopolari e decisive. C'è un alto rischio di sporcarsi.
Non è neppure facile per la sinistra metterla in termini di "felicità" "bellezza" "produttività" (quella è roba di destra, nemica dell'etica). Resta poi il fatto che a sinistra si preferisce perdere; stare all'opposizione è più semplice che scendere a patti col nemico.
In questo modo si brucia la generazione in grado di produrre nuove idee e un linguaggio diverso, l'unica che abbia il coraggio di rischiare. Perdita dei diritti acquisiti, rottamazioni, taglio dei rami secchi? Che sia! L'ideologia dovrebbe allinearsi alla realtà, prevedendo la possibilità di un piano "B" qualora il piano "A" non dovesse funzionare, senza che la negoziazione con le altre forze politiche corrisponda per forza a una svendita dei principî.
Omnia mutantur, chi ha avuto la propria occasione ha fallito, trovino qualcos'altro da fare. C'è bisogno di persone dinamiche sulle quali investire, meglio ancora se donne, (certe donne di casa tipo mia nonna, che con un semplice pugno di farina trovava il modo di venir fuori da ogni guazzabuglio economico-amministrativo). Ma soprattutto sarebbe utile un turn over costante alle camere e al governo: la politica non è un mestiere a tempo indeterminato.
Altri miei post sul tema:
PD in cenere per AUTOCOMBUSTIONE.
venerdì 15 novembre 2013
L'IMMORTALITA' NELLA PIZZA
Ieri sera avevo appuntamento con due amiche. Capita che ci si incontri di sfuggita, un tocco di clackson a cavallo di un incrocio o l'agitarsi delle mani sulle scale mobili di un centro commerciale ciao!-ciao! (una va su, l'altra va giù), finché un giorno si decide: Stasera, pizza da "Nicola"! E piove, naturalmente.
Ma di cosa parlano le amiche quando si incontrano in pizzeria? Beh, dipende dalle amiche. Le mie sono distinte in gruppi per affinità elettive: radicalchic, figlie dei fiori, mediasettine, coscritte, biodinamiche, intellettuali, imprenditrici...
Queste di ieri sono le metafisiche empiriche. Tutto e il contrario di tutto, si può spaziare in ogni direzione. L'interfaccia del dialogo è talmente vasta che ci sta pure un accenno all'inversione dei campi magnetici solari e alla scarsità del vento cosmico, il che ci dà da pensare. Affiora l'istinto materno: la nostra stella dovrebbe ruggire e ribollire, che sarà mai questa debolezza energetica? Verrebbe da infilarle un mega-termometro in bocca: "tira fuori una lingua di fuoco e fai aaahhh..."
E' un attimo passare poi al buco nero, alla storia dell'universo e alla tua storia, qui e ora. Sì, per quanto, e dopo? Finite le scosse di pochi milliampere che ti tengono in piedi, che resta della tua memoria cancellata?
La pizzeria è affollata e i vicini di tavolo allungano le orecchie: dev'essere interessante ascoltare tre agnostiche disquisire se Lourdes e Medjugorje sortiscano o meno un effetto placebo. Nel dubbio, sarebbe un'esperienza da fare. Dal canto mio rassicuro la sala, proclamando che raggiungeremo l'immortalità per semplice trasposizione chimica. Infatti ho stabilito che le mie ceneri vengano deposte in un vaso nel quale far radicare una pianta. E' l'unico modo per continuare a respirare aria, non mi va di starmene cinquant'anni chiusa in un loculo ad aspettare.
Per spiegarmi meglio cito un libro. Ci sono splendidi libri di teologia e testimonianze al riguardo, ma questo libro in particolare ha innestato in me una talea che germoglia, è uno di quei libri che trattano l'inesplicabile in modo che non ne uscirai più, o meglio non ne uscirai più uguale. Sta in cima alla piramide delle mie preferenze, tanto che mi sembra impossibile che si possa vivere senza averlo letto. Alchimia.
E' un libro di Primo Levi, che come si sa è stato un chimico prima ancora di essere scrittore eccelso. Tratta di chimica infatti, ma il titolo (Il sistema periodico) potrebbe trarre in inganno, poiché di immortalità e perenne rinascita si parla, benché nella sua più profonda e razionale origine. Il susseguirsi dei racconti, ognuno dei quali è dedicato a un elemento chimico, descrive episodi meravigliosamente semplici e quotidiani attraverso le cui interazioni sta scritto il nostro avvenire, fino a giungere al capitolo finale, il Carbonio, un capolavoro! Da questo scarto, questo rimasuglio, questa "impurezza" della materia prima della vita, veniamo noi, e solo a questo punto tutti i passaggi indecifrabili della lunga catena dell'immortalità divengono chiari.
La curiosità delle mie amiche e dei vicini avventori ora s'è destata, e forse anche quella di qualche lettore cybernauta che domani passerà in libreria a comprare Il sistema periodico.
Così è, si può entrare nel ciclo della vita attraverso una pizza.
Un saluto anche a Levi, ovunque egli sia.
"Ibergekumene tsores iz gut tsu dertseyln".
Ma di cosa parlano le amiche quando si incontrano in pizzeria? Beh, dipende dalle amiche. Le mie sono distinte in gruppi per affinità elettive: radicalchic, figlie dei fiori, mediasettine, coscritte, biodinamiche, intellettuali, imprenditrici...
Queste di ieri sono le metafisiche empiriche. Tutto e il contrario di tutto, si può spaziare in ogni direzione. L'interfaccia del dialogo è talmente vasta che ci sta pure un accenno all'inversione dei campi magnetici solari e alla scarsità del vento cosmico, il che ci dà da pensare. Affiora l'istinto materno: la nostra stella dovrebbe ruggire e ribollire, che sarà mai questa debolezza energetica? Verrebbe da infilarle un mega-termometro in bocca: "tira fuori una lingua di fuoco e fai aaahhh..."
E' un attimo passare poi al buco nero, alla storia dell'universo e alla tua storia, qui e ora. Sì, per quanto, e dopo? Finite le scosse di pochi milliampere che ti tengono in piedi, che resta della tua memoria cancellata?
La pizzeria è affollata e i vicini di tavolo allungano le orecchie: dev'essere interessante ascoltare tre agnostiche disquisire se Lourdes e Medjugorje sortiscano o meno un effetto placebo. Nel dubbio, sarebbe un'esperienza da fare. Dal canto mio rassicuro la sala, proclamando che raggiungeremo l'immortalità per semplice trasposizione chimica. Infatti ho stabilito che le mie ceneri vengano deposte in un vaso nel quale far radicare una pianta. E' l'unico modo per continuare a respirare aria, non mi va di starmene cinquant'anni chiusa in un loculo ad aspettare.
Per spiegarmi meglio cito un libro. Ci sono splendidi libri di teologia e testimonianze al riguardo, ma questo libro in particolare ha innestato in me una talea che germoglia, è uno di quei libri che trattano l'inesplicabile in modo che non ne uscirai più, o meglio non ne uscirai più uguale. Sta in cima alla piramide delle mie preferenze, tanto che mi sembra impossibile che si possa vivere senza averlo letto. Alchimia.
E' un libro di Primo Levi, che come si sa è stato un chimico prima ancora di essere scrittore eccelso. Tratta di chimica infatti, ma il titolo (Il sistema periodico) potrebbe trarre in inganno, poiché di immortalità e perenne rinascita si parla, benché nella sua più profonda e razionale origine. Il susseguirsi dei racconti, ognuno dei quali è dedicato a un elemento chimico, descrive episodi meravigliosamente semplici e quotidiani attraverso le cui interazioni sta scritto il nostro avvenire, fino a giungere al capitolo finale, il Carbonio, un capolavoro! Da questo scarto, questo rimasuglio, questa "impurezza" della materia prima della vita, veniamo noi, e solo a questo punto tutti i passaggi indecifrabili della lunga catena dell'immortalità divengono chiari.
La curiosità delle mie amiche e dei vicini avventori ora s'è destata, e forse anche quella di qualche lettore cybernauta che domani passerà in libreria a comprare Il sistema periodico.
Così è, si può entrare nel ciclo della vita attraverso una pizza.
Un saluto anche a Levi, ovunque egli sia.
"Ibergekumene tsores iz gut tsu dertseyln".
lunedì 4 novembre 2013
IL LAVORO MANUALE
Mi dà un certo fastidio sentir ripetere continuamente che l'Italia è un mondo di fannulloni e nessun giovane ha più voglia di fare lavori manuali. A parte il fatto che oggi, pur di ottenere qualsiasi lavoro retribuito, si venderebbe l'anima, ma già l'affermazione sottilmente generica "manuale" potrebbe instillare nell'aspirante lavoratore la propensione a cercarsi qualcosa di meno dequalificante.
Secondo la teoria del valore d'uso: "Più un bene diviene scarso rispetto alla domanda, più cresce il suo prezzo sul mercato". E allora, come mai non cresce nulla?
Il fatto è che un lavoro manuale non è riconosciuto per il giusto valore, ed è comunque sempre usurante.
Quindi la soluzione si potrebbe tradurre all'incirca così: date il giusto riconoscimento nella scala sociale ad una professione cosiddetta "manuale" e vedrete finalmente la domanda coperta dall'offerta.
Non sempre, ma il più delle volte chi si lamenta della scarsità di manodopera è proprio qualcuno che gode di una posizione di rilievo e quel tipo di lavoro non l'ha mai fatto, ne lo farebbe mai. Sta di fatto che un mondo di soli notai e avvocati non sopravviverebbe un giorno senza artigiani e operai. Viceversa, invece, probabilmente sì.
Dato che il problema è molto spesso sollevato dai nostri ministri e parlamentari, che propongono ai giovani di scaricare cassette allo scalo-merci come soluzione alla crisi, perché non istituire delle corvées a rotazione partendo proprio dai vertici? Potrebbe essere estremamente illuminante per una nuova classe politica consapevole.
La pratica è assai utile per chi non ne ha esperienza diretta, come del resto è legittimo avere delle aspirazioni, anche se si proviene dalla classe operaia.
Il fatto è che nel terzo millennio affondato dalla crisi, l'abito fa ancora il monaco. Anche il trattamento che si riceve è diverso nel caso ci si presenti come libero professionista o come operaio.
Chi lo nega è un ipocrita, o non è mai stato operaio.
Secondo la teoria del valore d'uso: "Più un bene diviene scarso rispetto alla domanda, più cresce il suo prezzo sul mercato". E allora, come mai non cresce nulla?
Il fatto è che un lavoro manuale non è riconosciuto per il giusto valore, ed è comunque sempre usurante.
Quindi la soluzione si potrebbe tradurre all'incirca così: date il giusto riconoscimento nella scala sociale ad una professione cosiddetta "manuale" e vedrete finalmente la domanda coperta dall'offerta.
Non sempre, ma il più delle volte chi si lamenta della scarsità di manodopera è proprio qualcuno che gode di una posizione di rilievo e quel tipo di lavoro non l'ha mai fatto, ne lo farebbe mai. Sta di fatto che un mondo di soli notai e avvocati non sopravviverebbe un giorno senza artigiani e operai. Viceversa, invece, probabilmente sì.
Dato che il problema è molto spesso sollevato dai nostri ministri e parlamentari, che propongono ai giovani di scaricare cassette allo scalo-merci come soluzione alla crisi, perché non istituire delle corvées a rotazione partendo proprio dai vertici? Potrebbe essere estremamente illuminante per una nuova classe politica consapevole.
La pratica è assai utile per chi non ne ha esperienza diretta, come del resto è legittimo avere delle aspirazioni, anche se si proviene dalla classe operaia.
Il fatto è che nel terzo millennio affondato dalla crisi, l'abito fa ancora il monaco. Anche il trattamento che si riceve è diverso nel caso ci si presenti come libero professionista o come operaio.
Chi lo nega è un ipocrita, o non è mai stato operaio.
domenica 20 ottobre 2013
GLI ALIENI ALL'USCIO
Allertata dalla blanda conversazione di uno speacker radiofonico mentre viaggiavo tranquilla in auto per i fatti miei, ho allungato le orecchie. Stavano parlando di: «Sciami di ortotteri celiferi nella zona di Cantù».
Oddio... l'Italia invasa dai mostri verdi! Il Bel Paese ridotto come l'Asia o l'Africa, a fare i conti con le sterminatrici di raccolti.
La mia ridicola fobia ha immediatamente prodotto quell'effetto "gatto isterico" che va sotto il nome scentifico di Orripilazione del Pelo. Fatti due calcoli veloci (spazio/tempo di percorrenza) ho stimato che intorno al tramonto, sul terrazzo di casa mia, sarebbe scattata l'ora X. Infatti, alle 17 in punto, eccole là corazzate e in assetto da combattimento, gli avamposti scaglionati su tre linee difensive sopra lo stendibiancheria.
Questa volta ho deciso che no, non mi sarei fatta sorprendere dagli istinti. In fin dei conti, non avevo affrontato qualche anno fa un baldo giovane tirolese alto due metri che mi sfidava con una serpe in mano e un sorriso di scherno, pensando che me la sarei data a gambe? A certe provocazioni bisogna rispondere duro: punta nell'orgoglio avevo preso la biscia verdina dalle sue stesse mani (due badili da montagna) e con sguardo altero e sprezzante me l'ero attorcigliata al polso. L'ho conquistato e siamo diventati amici per tutta la vacanza, come Heidi e Peter.
Ora - io dico - c'è un tempo per ogni cosa, quindi sono uscita in veranda a volto scoperto (senza avvolgermi nella rete antizanzare) e brandendo il mio storico bastone da alpeggio, ho iniziato a rotearlo in aria fendendo spioventi sulle piante innocenti e sulla biancheria stesa.
Imprecando inelegantemente, perché il nemico volteggiava tatticamente intorno, sono finalmente riuscita a cacciare gli ALIENI (lasciando il pavimento disseminato di foglie e di preziosi gagliardetti austriaci che erano saltati nella battaglia).
Temo che per questa ignobile esibizione sarò depennata dalla lista dei conoscenti di tutto il vicinato, e pure degli entomologi eventualmente in transito. Del resto, in guerra e in amore tutto è permesso.
Intanto, dalla betulla di fronte, le cavallette mi guardavano sghignazzando, alcune accoppiandosi beffardamente, finché dopo circa tre minuti tutte avevano già ripreso le loro postazioni. Sfinita ho richiuso la zanzariera della porta e chiuso i doppi vetri.
Dicono che la resilienza rappresenti il grado di flessibilità necessario per adottare nuovi comportamenti, una volta appurato che i precedenti non funzionano.
Conoscendomi direi che il mio grado di resistenza, dopo un iniziale exploit di aggressività, tende a negoziare ricercando i punti di accordo in virtù di una comprensione reciproca. Infatti penso che tra non molto io e le cavallette faremo amicizia. È una mera questione di sopravvivenza, anche perché mi dicono che sta per arrivare la terribile Vespa Mandarina dello Shaanxi grande quanto un palmo. E con questa dovrò studiare meglio il linguaggio non verbale...
Oddio... l'Italia invasa dai mostri verdi! Il Bel Paese ridotto come l'Asia o l'Africa, a fare i conti con le sterminatrici di raccolti.
La mia ridicola fobia ha immediatamente prodotto quell'effetto "gatto isterico" che va sotto il nome scentifico di Orripilazione del Pelo. Fatti due calcoli veloci (spazio/tempo di percorrenza) ho stimato che intorno al tramonto, sul terrazzo di casa mia, sarebbe scattata l'ora X. Infatti, alle 17 in punto, eccole là corazzate e in assetto da combattimento, gli avamposti scaglionati su tre linee difensive sopra lo stendibiancheria.
Questa volta ho deciso che no, non mi sarei fatta sorprendere dagli istinti. In fin dei conti, non avevo affrontato qualche anno fa un baldo giovane tirolese alto due metri che mi sfidava con una serpe in mano e un sorriso di scherno, pensando che me la sarei data a gambe? A certe provocazioni bisogna rispondere duro: punta nell'orgoglio avevo preso la biscia verdina dalle sue stesse mani (due badili da montagna) e con sguardo altero e sprezzante me l'ero attorcigliata al polso. L'ho conquistato e siamo diventati amici per tutta la vacanza, come Heidi e Peter.
Ora - io dico - c'è un tempo per ogni cosa, quindi sono uscita in veranda a volto scoperto (senza avvolgermi nella rete antizanzare) e brandendo il mio storico bastone da alpeggio, ho iniziato a rotearlo in aria fendendo spioventi sulle piante innocenti e sulla biancheria stesa.
Imprecando inelegantemente, perché il nemico volteggiava tatticamente intorno, sono finalmente riuscita a cacciare gli ALIENI (lasciando il pavimento disseminato di foglie e di preziosi gagliardetti austriaci che erano saltati nella battaglia).
Temo che per questa ignobile esibizione sarò depennata dalla lista dei conoscenti di tutto il vicinato, e pure degli entomologi eventualmente in transito. Del resto, in guerra e in amore tutto è permesso.
Intanto, dalla betulla di fronte, le cavallette mi guardavano sghignazzando, alcune accoppiandosi beffardamente, finché dopo circa tre minuti tutte avevano già ripreso le loro postazioni. Sfinita ho richiuso la zanzariera della porta e chiuso i doppi vetri.
Dicono che la resilienza rappresenti il grado di flessibilità necessario per adottare nuovi comportamenti, una volta appurato che i precedenti non funzionano.
Conoscendomi direi che il mio grado di resistenza, dopo un iniziale exploit di aggressività, tende a negoziare ricercando i punti di accordo in virtù di una comprensione reciproca. Infatti penso che tra non molto io e le cavallette faremo amicizia. È una mera questione di sopravvivenza, anche perché mi dicono che sta per arrivare la terribile Vespa Mandarina dello Shaanxi grande quanto un palmo. E con questa dovrò studiare meglio il linguaggio non verbale...
mercoledì 2 ottobre 2013
LA SOCIETA' DELLO SCHIAMAZZO
La comunicazione verbale ha alzato i decibel e abbassato il tempo di connessione tra pensiero e parola.
Educata dal nuovo modello mediatico anche la popolazione fonda i propri rapporti su uno standard sempre più starnazzante. Che si ascolti un talk-show, si chiedano informazioni allo sportello o si scambino quattro amabili chiacchiere con amici o parenti, inevitabilmente ci si ritrova in mezzo a un alterco. Alla base di tutto c'è la volontà di imporre il proprio punto di vista, sempre e comunque, possibilmente alzando la voce e sovrapponendosi a qualcuno che già stava parlando. Non c'è più il desiderio di ascoltare, come se il tempo impiegato per farlo equivalesse a perdere preziosi attimi della vita che abbiamo a disposizione.
Questo vale per ogni area che satelliti e rete web hanno reso universalmente disponibile. A maggior ragione nei social network, dove ognuno si sente in obbligo di dire qualcosa di interessante ed è possibile farlo anche in veste anonima. Se proprio non si possedessero mezzi espressivi adeguati, si possono sempre scaricare e postare quelli prodotti dagli altri (aforismi, video, catene di Sant'Antonio) per ottenere un po' di visibilità. Un fiume di pensierini e frasi fatte, come lo erano i "Cioè" degli anni '70, lo storico "Gratis et amore Dei" degli '80, il consunto "Di tutto di più" o l'intercalare "Tipo" piazzato come il prezzemolo in mezzo alla frase. Fino ad arrivare alle agghiaccianti ambiguità semantiche di un "Piuttosto che" usato come disgiuntivo, che prende così un significato del tutto contrario al reale ma, chissà perché, talmente affascinante (e contagioso come la peste) per gli individui di ogni categoria.
Educata dal nuovo modello mediatico anche la popolazione fonda i propri rapporti su uno standard sempre più starnazzante. Che si ascolti un talk-show, si chiedano informazioni allo sportello o si scambino quattro amabili chiacchiere con amici o parenti, inevitabilmente ci si ritrova in mezzo a un alterco. Alla base di tutto c'è la volontà di imporre il proprio punto di vista, sempre e comunque, possibilmente alzando la voce e sovrapponendosi a qualcuno che già stava parlando. Non c'è più il desiderio di ascoltare, come se il tempo impiegato per farlo equivalesse a perdere preziosi attimi della vita che abbiamo a disposizione.
Questo vale per ogni area che satelliti e rete web hanno reso universalmente disponibile. A maggior ragione nei social network, dove ognuno si sente in obbligo di dire qualcosa di interessante ed è possibile farlo anche in veste anonima. Se proprio non si possedessero mezzi espressivi adeguati, si possono sempre scaricare e postare quelli prodotti dagli altri (aforismi, video, catene di Sant'Antonio) per ottenere un po' di visibilità. Un fiume di pensierini e frasi fatte, come lo erano i "Cioè" degli anni '70, lo storico "Gratis et amore Dei" degli '80, il consunto "Di tutto di più" o l'intercalare "Tipo" piazzato come il prezzemolo in mezzo alla frase. Fino ad arrivare alle agghiaccianti ambiguità semantiche di un "Piuttosto che" usato come disgiuntivo, che prende così un significato del tutto contrario al reale ma, chissà perché, talmente affascinante (e contagioso come la peste) per gli individui di ogni categoria.
domenica 29 settembre 2013
COMMEDIA BARILLA ALL'ITALIANA
Ci siamo. Ecco la solita "italianata".
Gli ingredienti ci sono (quasi) tutti:
1° LA GAFFE
2° LO STRACCIAMENTO DELLE VESTI
3° IL CILICIO
4° LA CALATA DEI FALCHI OPPORTUNISTI.
Appena scoppiata la questione Barilla - da piccola pubblicitaria quale sono - ho imbastito una flow-chart mentale sui possibili sviluppi e sono stata per un po' a godermi lo spettacolo. Speravo di sbagliarmi, ma no, tutto è seguito secondo italico schema.
LA GAFFE
Esiste una massima, secondo la quale "per avere dei nemici è sufficiente dire quello che si pensa". In pubblicità la trasparenza verbale è addirittura catastrofica: la questione è apparire, possibilmente per compiacere il target più esteso possibile. Da questo punto di vista Guido Barilla ha commesso un errore strategico, che si ripercuoterà pesantemente sull'azienda.
LO STRACCIAMENTO DELLE VESTI
Dai social-network ai rotocalchi è cominciata una gara a tirare fango. La sinistra contro le ghettizzazioni. I gay con la campagna di boicottaggio anti-Barilla. Le femministe contro l'associazione donna = focolare domestico. Le destre contro la presunta anormalità omosessuale. Tutti, ma proprio tutti, contro la libertà di espressione.
IL CILICIO
Pubbliche scuse di Guido Barilla. Cilicio che indossa come un soldato romano. Si pentirà amaramente di questa défaillance. Non si può certo marchiarlo per ciò che pensa, ha pure affermato di essere a favore dei matrimoni omosessuali, ma ha scelto un format promozionale conforme alla tradizione.
LA CALATA DEI FALCHI OPPORTUNISTI
La cosa più patetica. La convenienza di cogliere il momento propizio per alzare il fatturato, da parte della concorrenza. "Tutte le famiglie sono diverse e a noi piacciono per questo" (Misura). "A casa Buitoni c'è posto per tutti". "Le uniche famiglie che non sono Garofalo, sono quelle che non amano la buona pasta".
Il gruppo Pasta Divella, interpellato, si stacca dalle operazioni di puro marketing, affermando che non azzanna un concorrente in difficoltà. Chapeau.
Coinvolto perfino Bill De Blasio, candidato sindaco per New York, la cui moglie (ex lesbica) si è sentita in dovere di farsi fotografare al supermarket con una confezione di pasta concorrente. Non mi stupisco delle esternazioni politiche o commerciali, che da sempre vivono di mercificazioni. Mi stupisco della reazione indignata di quella parte di umanità Gay, persone che stimo e reputo troppo intelligenti, capaci di intuizioni e sensibilità straordinarie e dotate di sagace umorismo per cadermi nella trappola del conformismo, dell'intolleranza e della mancanza di flessibilità, con un boicottaggio coatto sull'acquisto della pasta in questione. Mi sarei aspettata piuttosto una grande festa, a base di fusilli e rigatoni, in nome dell'amore senza confini di genere. E con Guido Barilla come invitato d'onore.
Gli ingredienti ci sono (quasi) tutti:
1° LA GAFFE
2° LO STRACCIAMENTO DELLE VESTI
3° IL CILICIO
4° LA CALATA DEI FALCHI OPPORTUNISTI.
Appena scoppiata la questione Barilla - da piccola pubblicitaria quale sono - ho imbastito una flow-chart mentale sui possibili sviluppi e sono stata per un po' a godermi lo spettacolo. Speravo di sbagliarmi, ma no, tutto è seguito secondo italico schema.
LA GAFFE
Esiste una massima, secondo la quale "per avere dei nemici è sufficiente dire quello che si pensa". In pubblicità la trasparenza verbale è addirittura catastrofica: la questione è apparire, possibilmente per compiacere il target più esteso possibile. Da questo punto di vista Guido Barilla ha commesso un errore strategico, che si ripercuoterà pesantemente sull'azienda.
LO STRACCIAMENTO DELLE VESTI
Dai social-network ai rotocalchi è cominciata una gara a tirare fango. La sinistra contro le ghettizzazioni. I gay con la campagna di boicottaggio anti-Barilla. Le femministe contro l'associazione donna = focolare domestico. Le destre contro la presunta anormalità omosessuale. Tutti, ma proprio tutti, contro la libertà di espressione.
IL CILICIO
Pubbliche scuse di Guido Barilla. Cilicio che indossa come un soldato romano. Si pentirà amaramente di questa défaillance. Non si può certo marchiarlo per ciò che pensa, ha pure affermato di essere a favore dei matrimoni omosessuali, ma ha scelto un format promozionale conforme alla tradizione.
LA CALATA DEI FALCHI OPPORTUNISTI
La cosa più patetica. La convenienza di cogliere il momento propizio per alzare il fatturato, da parte della concorrenza. "Tutte le famiglie sono diverse e a noi piacciono per questo" (Misura). "A casa Buitoni c'è posto per tutti". "Le uniche famiglie che non sono Garofalo, sono quelle che non amano la buona pasta".
Il gruppo Pasta Divella, interpellato, si stacca dalle operazioni di puro marketing, affermando che non azzanna un concorrente in difficoltà. Chapeau.
Coinvolto perfino Bill De Blasio, candidato sindaco per New York, la cui moglie (ex lesbica) si è sentita in dovere di farsi fotografare al supermarket con una confezione di pasta concorrente. Non mi stupisco delle esternazioni politiche o commerciali, che da sempre vivono di mercificazioni. Mi stupisco della reazione indignata di quella parte di umanità Gay, persone che stimo e reputo troppo intelligenti, capaci di intuizioni e sensibilità straordinarie e dotate di sagace umorismo per cadermi nella trappola del conformismo, dell'intolleranza e della mancanza di flessibilità, con un boicottaggio coatto sull'acquisto della pasta in questione. Mi sarei aspettata piuttosto una grande festa, a base di fusilli e rigatoni, in nome dell'amore senza confini di genere. E con Guido Barilla come invitato d'onore.
sabato 28 settembre 2013
SOLVITUR AMBULANDO
Avete presente la parabola cristiana "Chiedete e vi sarà dato"?
Non è mai entrata nella nostra casa. Non per mancanza di altruismo, ma per l'esatto contrario. Di certo le bisnonne non conoscevano neppure la filosofia Tolteca, però applicavano alla lettera uno dei suoi principi: se fai un favore non aspettarti ricompense, altrimenti è meglio che tu non lo faccia. E favori ne facevano anche troppi, tutti a fondo perduto. Da noi infatti, andava alla grande quell'altra citazione che veniva applicata in ogni contesto. Perché delegare altri? Sei forse malato, menomato, invalido? "Alzati a cammina!"
Riassumendo: il concept era arrangiarsi, sempre e comunque.
Alzati a cammina infatti, è una citazione che solo a pronunciarla ci restituisce la nostra vera essenza corporea, offre una soluzione ai problemi, predispone alla vita. Ci libera dal tempo speculativo e regala un nuovo spazio temporale, interiore, esteriore. Ci accompagna con un respiro nuovo, leggero e profondo insieme, che ossigena e porta nuova linfa. Ci fa entrare in contatto con la nostra realtà, senza distrazioni mediatiche. Conviene non trovare scuse per non farlo, ma parcheggiare più lontano e recuperare il senso di esistere, quello che non ti fa pensare, ma sentire. Siamo noi il movimento stesso della vita.
Non è mai entrata nella nostra casa. Non per mancanza di altruismo, ma per l'esatto contrario. Di certo le bisnonne non conoscevano neppure la filosofia Tolteca, però applicavano alla lettera uno dei suoi principi: se fai un favore non aspettarti ricompense, altrimenti è meglio che tu non lo faccia. E favori ne facevano anche troppi, tutti a fondo perduto. Da noi infatti, andava alla grande quell'altra citazione che veniva applicata in ogni contesto. Perché delegare altri? Sei forse malato, menomato, invalido? "Alzati a cammina!"
Riassumendo: il concept era arrangiarsi, sempre e comunque.
Alzati a cammina infatti, è una citazione che solo a pronunciarla ci restituisce la nostra vera essenza corporea, offre una soluzione ai problemi, predispone alla vita. Ci libera dal tempo speculativo e regala un nuovo spazio temporale, interiore, esteriore. Ci accompagna con un respiro nuovo, leggero e profondo insieme, che ossigena e porta nuova linfa. Ci fa entrare in contatto con la nostra realtà, senza distrazioni mediatiche. Conviene non trovare scuse per non farlo, ma parcheggiare più lontano e recuperare il senso di esistere, quello che non ti fa pensare, ma sentire. Siamo noi il movimento stesso della vita.
mercoledì 11 settembre 2013
UN POST DA PAURA
Tra una settimana ci sarà una di quelle manifestazioni che animano la città di un ritmo cosmopolita.
Tutto si vestirà di giallo (è il segno distintivo di questa manifestazione) e particolarmente di un giallo-tuorlo-d'uovo. Questo è il simbolo scelto per il 2013. Tutti si chiedono: perché un uovo? E già il fatto che se lo chiedano è un bene, stimola curiosità, muove interessi.
Sono stata incaricata di abbozzare due righe di presentazione - dal mio gruppo - per descrivere gli interventi che faremo all'interno di questa grande kermesse. Anche noi. Come i grandi autori della letteratura. Questo non può non procurare un po' di strizza, dicasi ansia da prestazione. E infatti - guarda caso - il nostro argomento è da paura.
Il Dolore.
Uno di quei termini che solo a sentirlo ti tocchi scaramanticamente, o ti segni, se sei molto devoto. Ci chiedevamo: come faremo a parlare di dolore e farci ascoltare? La società tende a non riconoscere questo disagio: è troppo individuale, e noi per primi non ne volevamo sapere. Chiunque vorrebbe scantonare di fronte a queste sollecitazioni. La felicità è completamente in mostra, ma che fine hanno fatto il male, le cose non mostrate, la paura?
Abbiamo cominciato a lavorare, ognuno seguendo il proprio quarto istinto.
Cosa ne sia venuto fuori, non si sa. Non siamo macchine, siamo estremamente soli nel nostro modo di pensare, di reagire. Ma vivere senza paura non significa chiudere gli occhi davanti alla sofferenza, il momento in cui si guarda al di là è già un contatto con nuove paure. Un'esperienza che martella, scava, scolpisce e leviga finché di noi rimanga solo la vera essenza.
Scrivendo di draghi, fate, gambe di legno, pederasti e code mozzate abbiamo riportato le cose nel loro insieme di nascita, vita e morte. Una fatica di fantasmi del passato e spasimi. Ma ne siamo usciti vivi. E il viaggio, fieramente, ci è sembrato meno terribile.
Orari del nostro intervento: (link) Trattolibero
Tutto si vestirà di giallo (è il segno distintivo di questa manifestazione) e particolarmente di un giallo-tuorlo-d'uovo. Questo è il simbolo scelto per il 2013. Tutti si chiedono: perché un uovo? E già il fatto che se lo chiedano è un bene, stimola curiosità, muove interessi.
Sono stata incaricata di abbozzare due righe di presentazione - dal mio gruppo - per descrivere gli interventi che faremo all'interno di questa grande kermesse. Anche noi. Come i grandi autori della letteratura. Questo non può non procurare un po' di strizza, dicasi ansia da prestazione. E infatti - guarda caso - il nostro argomento è da paura.
Il Dolore.
Uno di quei termini che solo a sentirlo ti tocchi scaramanticamente, o ti segni, se sei molto devoto. Ci chiedevamo: come faremo a parlare di dolore e farci ascoltare? La società tende a non riconoscere questo disagio: è troppo individuale, e noi per primi non ne volevamo sapere. Chiunque vorrebbe scantonare di fronte a queste sollecitazioni. La felicità è completamente in mostra, ma che fine hanno fatto il male, le cose non mostrate, la paura?
Abbiamo cominciato a lavorare, ognuno seguendo il proprio quarto istinto.
Cosa ne sia venuto fuori, non si sa. Non siamo macchine, siamo estremamente soli nel nostro modo di pensare, di reagire. Ma vivere senza paura non significa chiudere gli occhi davanti alla sofferenza, il momento in cui si guarda al di là è già un contatto con nuove paure. Un'esperienza che martella, scava, scolpisce e leviga finché di noi rimanga solo la vera essenza.
Scrivendo di draghi, fate, gambe di legno, pederasti e code mozzate abbiamo riportato le cose nel loro insieme di nascita, vita e morte. Una fatica di fantasmi del passato e spasimi. Ma ne siamo usciti vivi. E il viaggio, fieramente, ci è sembrato meno terribile.
Orari del nostro intervento: (link) Trattolibero
domenica 25 agosto 2013
POMPEI RINASCE. (A LONDRA, PERO')
Un conosciuto Ministro dell'Economia e delle Finanze italiano disse un giorno che con la cultura non si mangia.
Una teoria sostenuta ciclicamente da una parte dei nostri politici, che ha favorito la situazione nella quale ci troviamo. E' facile presentare la cultura come una materia per snob privilegiati, basta descriverla come un prodotto che non paga, una attività senza applicazioni pratiche. Solo pochi insubordinati si rifiuteranno di crederci, disubbidendo alle autorità che emettono questi proclami.
Primo perché la cultura è anche impegno e richiede lunga dedizione. Secondo perché è più facile cedere ai richiami di immediato appagamento: l'automobile nuova invece del diploma, la festa in discoteca al posto della lezione di solfeggio. Beninteso, alcune cose (e anche quelle più stupide) a volte sono divertentissime e si dovrebbero fare senza troppi sensi di colpa. Ma è l'idea del divertimento coatto e artificioso che desta sospetto e mi appare come un risarcimento consolatorio, concesso in cambio di una omologazione verso il basso.
Questa mentalità porta a trasformare in ordinario ciò che sarebbe l'eccezione. Pompei e la sua unicità, per esempio. Gran parte degli affreschi, mosaici, gioielli e suppellettili rimangono nei magazzini ad accumulare polvere. Ciò che sta fuori dal circuito è sconosciuto ai più e diventa l'ordinarietà invisibile.
Ma se una minima parte di questi oggetti viene trasferita altrove, al British Museum di Londra per esempio, ecco che si modifica in un evento slegato da qualsiasi problema burocratico, trasformandosi in promotore di merchandising e producendo attività, investimenti, profitti, impiego di personale amministrativo, tecnico e ausiliario.
Questo a Londra, naturalmente.
In Italia, parte dei reperti inviati non sono neppure mai stati esposti, ma è già noto che qui "con la cultura non si mangia".
(Puoi lasciare qualsiasi commento).
Una teoria sostenuta ciclicamente da una parte dei nostri politici, che ha favorito la situazione nella quale ci troviamo. E' facile presentare la cultura come una materia per snob privilegiati, basta descriverla come un prodotto che non paga, una attività senza applicazioni pratiche. Solo pochi insubordinati si rifiuteranno di crederci, disubbidendo alle autorità che emettono questi proclami.
Primo perché la cultura è anche impegno e richiede lunga dedizione. Secondo perché è più facile cedere ai richiami di immediato appagamento: l'automobile nuova invece del diploma, la festa in discoteca al posto della lezione di solfeggio. Beninteso, alcune cose (e anche quelle più stupide) a volte sono divertentissime e si dovrebbero fare senza troppi sensi di colpa. Ma è l'idea del divertimento coatto e artificioso che desta sospetto e mi appare come un risarcimento consolatorio, concesso in cambio di una omologazione verso il basso.
Questa mentalità porta a trasformare in ordinario ciò che sarebbe l'eccezione. Pompei e la sua unicità, per esempio. Gran parte degli affreschi, mosaici, gioielli e suppellettili rimangono nei magazzini ad accumulare polvere. Ciò che sta fuori dal circuito è sconosciuto ai più e diventa l'ordinarietà invisibile.
Ma se una minima parte di questi oggetti viene trasferita altrove, al British Museum di Londra per esempio, ecco che si modifica in un evento slegato da qualsiasi problema burocratico, trasformandosi in promotore di merchandising e producendo attività, investimenti, profitti, impiego di personale amministrativo, tecnico e ausiliario.
Questo a Londra, naturalmente.
In Italia, parte dei reperti inviati non sono neppure mai stati esposti, ma è già noto che qui "con la cultura non si mangia".
(Puoi lasciare qualsiasi commento).
ERBIVORI, CARNIVORI, ONNIVORI?
Ultimamente si legge e si sente dire di tutto, perciò voglio ritornare su una faccenda molto trattata e vista come una questione prioritaria nella storia dell'umanità. Cioè la trasformazione dei costumi alimentari fin qui adottati dal nostro genere, che da sempre si è conformato alle situazioni e all'ambiente che lo ospita. Quindi bacche, erbe, frutta, pesci, uova, insetti, latte, selvaggina, per arrivare via via a cacciare animali sempre più grandi.
Dico subito che personalmente, sono contraria alla caccia intesa come sport. Uccidere per sopravvivere è una legge spietata della natura, farlo nonostante l'abbondanza di alimenti e con armi sofisticate di precisione, mi sembra una perfidia. Del resto, perché non prendere anche le difese del regno ittico? Il fatto che i pesci non emettano parole di protesta non significa che "chi tace acconsente".
Trovo anche conflittuale suddividere gli animali per categorie al nostro servizio: da guardia, da gioco, da compagnia o come materia edibile a nostro uso e consumo. Intendo dire (a favore di questi ultimi) preferirei vederli vivere la loro vita nei prati e solo alla fine del loro ciclo vitale prendere la via della "commestibilità umana". E qui potrei scatenare le ire degli animalisti/ambientalisti e vegetariani/vegani: "Perché non vivere di soli vegetali, invece?"
Dal punto di vista etico sono d'accordo, la carne destinata al consumo brucia troppe risorse, con le quali si potrebbero sfamare intere popolazioni. Ma non sto parlando di etica, voglio allargare un po' lo sguardo sul meccanismo universale, che non ascolta affatto i nostri problemi ma ha già determinato leggi che si perpetuano nei secoli, alla faccia nostra. Se non ci fossero gazzelle non potremo tenere in vita un ghepardo con due quintali di erba medica. L'animale-uomo invece può adattarsi alle situazioni, eppure la carne lo nutre, inutile essere ipocriti, altrimenti ci saremmo convertiti ai vegetali già da molto tempo. Perché rischiare la vita cacciando bisonti?
La visione autodistruttiva del carnivoro portatore di violenta aggressività che è condannato a sviluppare il cancro, o peggio, squilibri nel pianeta, scusate ma la trovo patetica. La questione è piuttosto quanto si mangia (troppo) e soprattutto quanto si spreca. Ma qui dovremmo spostare il focus su profitti ed interessi generali (e questo riguarda proprio tutto, anche il favoloso mondo Bio).
Quindi penso che la lotta alla fame nel mondo sia l'unico punto ad avere una certa validità nella causa portata avanti dalle associazioni. Non la questione - più romantica che etica - di nutrirsi di lutto col fatto di mangiare animali (che già si mangiano tra di loro da sempre), bensì sulla tutela della loro dignità in vita, questo certamente sì.
Dico subito che personalmente, sono contraria alla caccia intesa come sport. Uccidere per sopravvivere è una legge spietata della natura, farlo nonostante l'abbondanza di alimenti e con armi sofisticate di precisione, mi sembra una perfidia. Del resto, perché non prendere anche le difese del regno ittico? Il fatto che i pesci non emettano parole di protesta non significa che "chi tace acconsente".
Trovo anche conflittuale suddividere gli animali per categorie al nostro servizio: da guardia, da gioco, da compagnia o come materia edibile a nostro uso e consumo. Intendo dire (a favore di questi ultimi) preferirei vederli vivere la loro vita nei prati e solo alla fine del loro ciclo vitale prendere la via della "commestibilità umana". E qui potrei scatenare le ire degli animalisti/ambientalisti e vegetariani/vegani: "Perché non vivere di soli vegetali, invece?"
Dal punto di vista etico sono d'accordo, la carne destinata al consumo brucia troppe risorse, con le quali si potrebbero sfamare intere popolazioni. Ma non sto parlando di etica, voglio allargare un po' lo sguardo sul meccanismo universale, che non ascolta affatto i nostri problemi ma ha già determinato leggi che si perpetuano nei secoli, alla faccia nostra. Se non ci fossero gazzelle non potremo tenere in vita un ghepardo con due quintali di erba medica. L'animale-uomo invece può adattarsi alle situazioni, eppure la carne lo nutre, inutile essere ipocriti, altrimenti ci saremmo convertiti ai vegetali già da molto tempo. Perché rischiare la vita cacciando bisonti?
La visione autodistruttiva del carnivoro portatore di violenta aggressività che è condannato a sviluppare il cancro, o peggio, squilibri nel pianeta, scusate ma la trovo patetica. La questione è piuttosto quanto si mangia (troppo) e soprattutto quanto si spreca. Ma qui dovremmo spostare il focus su profitti ed interessi generali (e questo riguarda proprio tutto, anche il favoloso mondo Bio).
Quindi penso che la lotta alla fame nel mondo sia l'unico punto ad avere una certa validità nella causa portata avanti dalle associazioni. Non la questione - più romantica che etica - di nutrirsi di lutto col fatto di mangiare animali (che già si mangiano tra di loro da sempre), bensì sulla tutela della loro dignità in vita, questo certamente sì.
lunedì 19 agosto 2013
I CERCATORI D'ORO
Si inaugura proprio oggi una manifestazione che mi riporta alla memoria certi episodi del mitico Paperone, impegnato nella Corsa all'oro del Klondike.
Mi sembrava quasi impossibile, allora, che fosse così facile scovare tra i sassi il prezioso metallo, ma ancor più mi divertivano le vicende che scaturivano dall'accaparrarsi i diritti per la vena aurifera.
Beh, per chi volesse cimentarsi, in questi tempi di vacche magre da oggi fino al 25 agosto, a Mongrado nella Riserva naturale della Bressa in provincia di Biella, arriveranno da tutto il mondo quegli antichi personaggi, un po' Indiana Jones un po' Montecristo che si sfideranno alla ricerca delle pepite, in una antica miniera d'oro romana del II secolo a.C.
Penso ci sarà un gran afflusso di nuovi iscritti e quasi quasi, un pensierino mi verrebbe...
A tutti i partecipanti: Buona fortuna.
Mi sembrava quasi impossibile, allora, che fosse così facile scovare tra i sassi il prezioso metallo, ma ancor più mi divertivano le vicende che scaturivano dall'accaparrarsi i diritti per la vena aurifera.
Beh, per chi volesse cimentarsi, in questi tempi di vacche magre da oggi fino al 25 agosto, a Mongrado nella Riserva naturale della Bressa in provincia di Biella, arriveranno da tutto il mondo quegli antichi personaggi, un po' Indiana Jones un po' Montecristo che si sfideranno alla ricerca delle pepite, in una antica miniera d'oro romana del II secolo a.C.
Penso ci sarà un gran afflusso di nuovi iscritti e quasi quasi, un pensierino mi verrebbe...
A tutti i partecipanti: Buona fortuna.
sabato 17 agosto 2013
LA FINZIONE NON VENDE.
Chi lavora o ha a che fare con l'ambiente pubblicitario lo sa: la richiesta di emozionare il consumatore/spettatore è una costante. C'è sempre stata l'esigenza di dare visibilità ai prodotti, ma negli ultimi anni la ricerca sensoriale-emotiva ha raggiunto livelli stucchevoli. Sempre per estremi opposti: diffondere il solito refrain popular-sexual, oppure una melensaggine che sfiora il ridicolo.
Il ristoratore chiede evocazioni multisensoriali che irrompano come pulsioni irresistibili dalle profondità descrittive di un Menu fino all'amigdala del cliente.
Il rivenditore di aspira-tutto ambisce a rigenerare l'acquirente nel corpo e nello spirito, polverizzando e liofilizzando il tanfo della frittura di totani appena servita mediante una nebulizzazione di particelle aeree subliminali che rendano l'ambiente domestico pari a quello di una spa.
Il materasso è un prodotto della Nasa contenente materia oscura che copre tutto lo spettro elettromagnetico, dalle onde radio ai raggi gamma, con benefici antigravitazionali sulla palpebra cadente.
Questa è l'emozione che si cerca?
Personalmente mi emoziona l'armonia della semplicità. Il bombardamento del "mai visto" è privo di efficacia, se ti impedisce di vedere l'essenziale. E spesso non ricordi neppure il Brand mandatario. Abbiamo perso molte cose, ricercando l'odioso "di tutto, di più". Abbiamo smarrito l'accettazione del limite, che riesce a togliere di mezzo l'ansia senza farti chiudere gli occhi davanti all'inevitabile.
Ci sono vetrine che si svuotano ogni giorno, di cose che probabilmente non ci servivano e credevamo indispensabili. Anche per la pubblicità è suonata l'ora. Che ritorni alla sua vera essenza: far conoscere le reali qualità di un prodotto, non l'effimero inesistente. Ci penserà il consumatore a fare le sue comparazioni: ha una testa per pensare, ce l'ha sempre avuta, anche se hanno cercato di fargli credere il contrario. Questa è la vera concorrenza.
Il ristoratore chiede evocazioni multisensoriali che irrompano come pulsioni irresistibili dalle profondità descrittive di un Menu fino all'amigdala del cliente.
Il rivenditore di aspira-tutto ambisce a rigenerare l'acquirente nel corpo e nello spirito, polverizzando e liofilizzando il tanfo della frittura di totani appena servita mediante una nebulizzazione di particelle aeree subliminali che rendano l'ambiente domestico pari a quello di una spa.
Il materasso è un prodotto della Nasa contenente materia oscura che copre tutto lo spettro elettromagnetico, dalle onde radio ai raggi gamma, con benefici antigravitazionali sulla palpebra cadente.
Questa è l'emozione che si cerca?
Personalmente mi emoziona l'armonia della semplicità. Il bombardamento del "mai visto" è privo di efficacia, se ti impedisce di vedere l'essenziale. E spesso non ricordi neppure il Brand mandatario. Abbiamo perso molte cose, ricercando l'odioso "di tutto, di più". Abbiamo smarrito l'accettazione del limite, che riesce a togliere di mezzo l'ansia senza farti chiudere gli occhi davanti all'inevitabile.
Ci sono vetrine che si svuotano ogni giorno, di cose che probabilmente non ci servivano e credevamo indispensabili. Anche per la pubblicità è suonata l'ora. Che ritorni alla sua vera essenza: far conoscere le reali qualità di un prodotto, non l'effimero inesistente. Ci penserà il consumatore a fare le sue comparazioni: ha una testa per pensare, ce l'ha sempre avuta, anche se hanno cercato di fargli credere il contrario. Questa è la vera concorrenza.
giovedì 8 agosto 2013
LE QUATORZE JUILLET, FÊTE NATIONALE!
Per onorare il mio trisavolo francese, monsieur Rassat, ho deciso di condividere i festeggiamenti del 14 luglio con i cugini d'oltralpe. Parbleu! Il fatto di avere un sedicesimo di sangue francese è una scoperta! Nessuno in famiglia si era curato di scoprire perché mai non ci fossero Rassat negli elenchi, convinti che tale cognome avesse un'origine assolutamente friulana. Potenza del web, basta digitare "surname origin" per trovare tutti gli ascendenti in linea diretta, collaterale e trasversale. Dopo vari tentativi in inglese, tedesco e perfino ungherese, la sorpesa è arrivata digitando "Nom de famille". Et voilà: di Rassat è piena la Francia. Una specie di Mario Rossi in Italia, o di John Smith in America.
Con questo nuovo tassello nel mio pedigree, me ne andrò tra la folla festosa lungo gli Champs Elysees per assistere alla parata, magari con una coccarda tricolore bianco/rosso/blu, sempre orgogliosa della mia italianità, ma con una certa soddisfazione per aver contribuito remotamente a sancire la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" e a smantellare l'ancien regime.
Allons enfants!
(Puoi lasciare qualsiasi commento).
Con questo nuovo tassello nel mio pedigree, me ne andrò tra la folla festosa lungo gli Champs Elysees per assistere alla parata, magari con una coccarda tricolore bianco/rosso/blu, sempre orgogliosa della mia italianità, ma con una certa soddisfazione per aver contribuito remotamente a sancire la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" e a smantellare l'ancien regime.
Allons enfants!
(Puoi lasciare qualsiasi commento).
domenica 7 luglio 2013
AH, I MORTI NON RESTANO MAI MORTI.
«Aprite le orecchie e loro non smettono mai di cianciare».
Se ho in programma di vedere un film, assistere a un concerto, leggere un libro, visitare una città o una mostra, non mi documento affatto. Preferisco non conoscere in anticipo chi sia il regista, l'autore o l'artista leggendo la recensione di un critico. Questo perché non voglio contaminazioni.
Mi faccio cogliere da un breve trailer, un incipit, un'armonia e, se questi toccano le corde giuste, lascio che lavorino su di me. In questo stato limbico mi sono vista "Cloud Atlas". Come per "Inception" (#Christopher Nolan), "Stranger than Fiction" (#Marc Forster) e pochi altri film, alle prime battute ho capito di esserci dentro completamente. Il genere potrebbe non piacere a tutti, non si può sindacare l'insindacabile, ogni opera è l'espressione di una fantasia. Ma la cosa che per me fa da cassa di risonanza è l'abilità di giocare con la fisica quantistica. L'energia non va mai perduta, cambia solo di forma, e qui il collegamento temporale tra passato e presente, i vivi e i morti, il registro linguistico tra le varie generazioni che si intersecano è terribilmente affascinante.
Alcune frasi (che meritano la trascrizione) aprono porte verso concezioni che l'essere umano, io credo, possiede già in sè, ma in forma occulta, perché la consapevolezza comporta molte più responsabilità di una beata ignoranza. Chi non ha mai sperimentato quel fortissimo déjà vu "Sono già stato qui, una vita fa"?
«La vita non è nostra. Da grembo a tomba siamo legati ad altri, passati e presenti. E da ogni crimine e da ogni gentilezza generiamo il nostro futuro». È proprio così, la vita si estende ben oltre i limiti di noi stessi, e le azioni di ognuno provocano effetti a catena.
Consiglio anche questo bel saggio: "La sindrome degli antenati", di Anne Ancelin Schützenberger. Leggendolo, anni fa, ho trovato risposte riscontrabili e sorprendenti.
Se ho in programma di vedere un film, assistere a un concerto, leggere un libro, visitare una città o una mostra, non mi documento affatto. Preferisco non conoscere in anticipo chi sia il regista, l'autore o l'artista leggendo la recensione di un critico. Questo perché non voglio contaminazioni.
Mi faccio cogliere da un breve trailer, un incipit, un'armonia e, se questi toccano le corde giuste, lascio che lavorino su di me. In questo stato limbico mi sono vista "Cloud Atlas". Come per "Inception" (#Christopher Nolan), "Stranger than Fiction" (#Marc Forster) e pochi altri film, alle prime battute ho capito di esserci dentro completamente. Il genere potrebbe non piacere a tutti, non si può sindacare l'insindacabile, ogni opera è l'espressione di una fantasia. Ma la cosa che per me fa da cassa di risonanza è l'abilità di giocare con la fisica quantistica. L'energia non va mai perduta, cambia solo di forma, e qui il collegamento temporale tra passato e presente, i vivi e i morti, il registro linguistico tra le varie generazioni che si intersecano è terribilmente affascinante.
Alcune frasi (che meritano la trascrizione) aprono porte verso concezioni che l'essere umano, io credo, possiede già in sè, ma in forma occulta, perché la consapevolezza comporta molte più responsabilità di una beata ignoranza. Chi non ha mai sperimentato quel fortissimo déjà vu "Sono già stato qui, una vita fa"?
«La vita non è nostra. Da grembo a tomba siamo legati ad altri, passati e presenti. E da ogni crimine e da ogni gentilezza generiamo il nostro futuro». È proprio così, la vita si estende ben oltre i limiti di noi stessi, e le azioni di ognuno provocano effetti a catena.
Consiglio anche questo bel saggio: "La sindrome degli antenati", di Anne Ancelin Schützenberger. Leggendolo, anni fa, ho trovato risposte riscontrabili e sorprendenti.
lunedì 1 luglio 2013
I BACKSTAGE DELLA VITA. Cose che non farò mai (più).
Quello che veramente sei, si svela solo dietro le quinte.
Prende forma poco prima dell'adolescenza, quando stai brancolando alla ricerca di approvazione, un cenno lusinghiero, una voce sicura che ti indichi il percorso in perenne e incerta attesa, e in quell'attesa si formano i sogni, timidi o sbandierati ai quattro venti, molti dei quali non si realizzeranno mai. Servono a poco i guru del pensiero positivo. La vita è un'alternanza tra il bene e il male e le modalità di partecipazione non sono le stesse per tutti.
Autolesionismo? Macché. E' la giusta dose di realismo (e sana ironia) che porta alla quadratura del cerchio. Quando ero bambina avevo due chiodi fissi: diventare l'alter-ego di Anna Frank e scrivere editoriali per una testata giornalistica, oppure partire senza ritorno verso lo spazio siderale, alla scoperta dell'ignoto a bordo di una navicella - io, me stessa e me - finché morte non ci separi. Entrambe le ipotesi procuravano un attacco apoplettico a mia madre, la quale si chiedeva cosa non avesse funzionato nel suo apparato riproduttivo.
Strada facendo, si aggiungevano altre opportunità di fama e di gloria che andavano via via ridimensionandosi, presto sostituite da nuove e più entusiasmanti prodezze. Non ho ancora finito di lavorare a questa costruzione dietro le quinte, anche se, arrivata a un certo punto dell'esistenza, divento consapevole che il tempo prende l'aspetto di una clessidra e lo spettacolo pirotecnico non ci sarà mai. E poiché la fila dei partecipanti alle selezioni degli illusi si ingrossa minuto per minuto, tanto vale ammettere che:
1. Non svilupperò mai una proteina strutturale che mi renda capace di leggere il pensiero e tradurlo in ologrammi visivi per screditare pubblicamente i mentitori di ogni categoria.
2. Non prenderò mai una tessera di partito per diventare candidato leader (e so che mio nonno marxista non mi perdonerà per questo).
3. Non canterò "Se telefonando" di Mina in un Karaoche, facendomi notare dal talent scout di "The X Factor UK".
4. Non mi trasferirò in Giappone per diventare maestra di 'ōtachi e nodachi convivendo con una gatta di nome Shiseido.
5. Non salirò in Tibet per scambiare erbe, riso e meditazioni con il Dalai Lama.
6. Anche perché non riuscirò a imparare correntemente il tibetano, nè altre sette lingue tra cui il cinese e l'arabo.
7. Non riuscirò a vivere nella steppa con un branco di lupi che mi riconoscano un qualche fattore alpha.
8. Non vincerò il Nobel per la letteratura, ma neppure un Premio Bancarella.
9. Non riuscirò a camminare nei fondali marini respirando plancton.
10. Anche se dotata di una fantasia audace, non diventerò mai Highlander.
Per tutte queste mancanze non mi deprimerò in alcun modo, consapevole che la parte sostanziale della vita accade fuori dal palcoscenico dell'effimero ed è fatta progressivamente di scelte: A o B, Bianco o Nero, Si o No. Quindi, alla terribile domanda "Che fine ho fatto?" potrò sinceramente assolvermi con un: "Faccio la mia parte", e vivere normalmente felice.
(Puoi lasciare qualsiasi commento).
Prende forma poco prima dell'adolescenza, quando stai brancolando alla ricerca di approvazione, un cenno lusinghiero, una voce sicura che ti indichi il percorso in perenne e incerta attesa, e in quell'attesa si formano i sogni, timidi o sbandierati ai quattro venti, molti dei quali non si realizzeranno mai. Servono a poco i guru del pensiero positivo. La vita è un'alternanza tra il bene e il male e le modalità di partecipazione non sono le stesse per tutti.
Autolesionismo? Macché. E' la giusta dose di realismo (e sana ironia) che porta alla quadratura del cerchio. Quando ero bambina avevo due chiodi fissi: diventare l'alter-ego di Anna Frank e scrivere editoriali per una testata giornalistica, oppure partire senza ritorno verso lo spazio siderale, alla scoperta dell'ignoto a bordo di una navicella - io, me stessa e me - finché morte non ci separi. Entrambe le ipotesi procuravano un attacco apoplettico a mia madre, la quale si chiedeva cosa non avesse funzionato nel suo apparato riproduttivo.
Strada facendo, si aggiungevano altre opportunità di fama e di gloria che andavano via via ridimensionandosi, presto sostituite da nuove e più entusiasmanti prodezze. Non ho ancora finito di lavorare a questa costruzione dietro le quinte, anche se, arrivata a un certo punto dell'esistenza, divento consapevole che il tempo prende l'aspetto di una clessidra e lo spettacolo pirotecnico non ci sarà mai. E poiché la fila dei partecipanti alle selezioni degli illusi si ingrossa minuto per minuto, tanto vale ammettere che:
1. Non svilupperò mai una proteina strutturale che mi renda capace di leggere il pensiero e tradurlo in ologrammi visivi per screditare pubblicamente i mentitori di ogni categoria.
2. Non prenderò mai una tessera di partito per diventare candidato leader (e so che mio nonno marxista non mi perdonerà per questo).
3. Non canterò "Se telefonando" di Mina in un Karaoche, facendomi notare dal talent scout di "The X Factor UK".
4. Non mi trasferirò in Giappone per diventare maestra di 'ōtachi e nodachi convivendo con una gatta di nome Shiseido.
5. Non salirò in Tibet per scambiare erbe, riso e meditazioni con il Dalai Lama.
6. Anche perché non riuscirò a imparare correntemente il tibetano, nè altre sette lingue tra cui il cinese e l'arabo.
7. Non riuscirò a vivere nella steppa con un branco di lupi che mi riconoscano un qualche fattore alpha.
8. Non vincerò il Nobel per la letteratura, ma neppure un Premio Bancarella.
9. Non riuscirò a camminare nei fondali marini respirando plancton.
10. Anche se dotata di una fantasia audace, non diventerò mai Highlander.
Per tutte queste mancanze non mi deprimerò in alcun modo, consapevole che la parte sostanziale della vita accade fuori dal palcoscenico dell'effimero ed è fatta progressivamente di scelte: A o B, Bianco o Nero, Si o No. Quindi, alla terribile domanda "Che fine ho fatto?" potrò sinceramente assolvermi con un: "Faccio la mia parte", e vivere normalmente felice.
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